Doping nello sport: tra ricerca della performance e pressione sociale

29/06/2026, 09:30

Intervista al dott. Elio Assisi, medico del Servizio di Medicina dello Sport e dell’Esercizio fisico, su rischi, motivazioni e strategie di contrasto del doping, nell’ottica di un progetto, fortemente voluto dalla medicina sportiva e dal Dipartimento di Prevenzione, che intende approfondire il fenomeno per combatterlo all’origine.

Dr. Elio Assisi (Foto: Privat)
Dr. Elio Assisi (Foto: Privat)

Dott. Assisi, quali sono le forme di doping più diffuse nello sport dilettantistico e amatoriale?
Negli sport amatoriali, soprattutto nel body building e nel sollevamento pesi, sono molto diffusi gli steroidi anabolizzanti derivati dal testosterone. Si tratta di sostanze che aumentano la forza e l’efficienza muscolare con l’obiettivo di migliorare la performance.

E nel professionismo? Ci sono differenze rispetto agli amatori?
Nel mondo professionistico entrano in gioco anche sostanze che migliorano il trasporto dell’ossigeno, come l’eritropoietina. Tuttavia, la differenza è più nelle modalità d’uso che nel principio: in entrambi i casi si cerca di migliorare la prestazione sportiva, aumentando forza muscolare o le capacità aerobiche.

Esistono anche pratiche più “sofisticate” o difficili da individuare?
Sì, esistono metodi più difficili da rilevare, come tecniche legate al sangue o l’uso di sostanze mascheranti, ad esempio i diuretici. Questi ultimi sono utilizzati soprattutto negli sport di combattimento per rientrare nelle categorie di peso.

Quali sono le motivazioni che spingono un atleta amatoriale a doparsi?
La motivazione principale è il desiderio di primeggiare a tutti i costi. Spesso, si tratta di un bisogno di affermazione personale e di raggiungere risultati che altrimenti sarebbero difficilmente conseguibili. A questo, si aggiunge il fatto che molti si affidano al passaparola, senza rivolgersi a esperti. Pertanto, non c’è una reale consapevolezza che ci si sta dopando.

Si può parlare anche di una componente narcisistica?
Sì, c’è sicuramente una componente legata all’apparenza e al voler emergere. Il desiderio di arrivare al risultato e di mostrarsi “belli e vincenti” può essere un fattore importante, specie in ambienti ristretti e “tossici”.

Quanto incide la pressione sociale nel doping amatoriale?
Molto. La pressione può arrivare dal contesto sportivo, dalle società, dagli allenatori ma anche dalla famiglia. Spesso sono proprio le persone più vicine all’atleta ad avere una cattiva influenza, creando, o peggio, pretendendo performance sempre più elevate.

Le conseguenze per la salute sono realmente così gravi?
Assolutamente sì. Il doping può provocare danni importanti all’apparato cardiovascolare, renale ed epatico. Ci sono casi di cardiomiopatie, tumori e altre patologie gravi. Spesso, chi utilizza queste sostanze non è affatto consapevole dei rischi.

Famiglie, associazioni e palestre sono preparate ad affrontare il problema?
Purtroppo no. C’è una forte carenza informativa. Proprio per questo il personale sanitario ha il dovere morale di informare e sensibilizzare la popolazione, a partire dalle scuole.

Quali strategie possono essere efficaci per prevenire il doping, soprattutto nello sport amatoriale?
È fondamentale puntare su informazione e formazione: convegni, incontri nelle scuole, attività nelle palestre e nelle società sportive. Bisogna promuovere una cultura dello sport basata sul rispetto delle regole e sulla salute, valorizzando modelli positivi. In questo contesto, anche il personale sanitario deve fare la sua parte attraverso un aggiornamento continuo.

Rocco Leo/Übersetzung: Sabine Flarer