Vivere più a lungo e… meglio!

02/11/2026, 10:46

Lo stress contribuisce a molte malattie psicofisiche e all’invecchiamento. Come rallentarlo? Dall’età biologica al microbiota fino alla riprogrammazione epigenetica, ne parla la dott.ssa Francesca Lubian, Primaria di Geriatria dell’Azienda sanitaria dell’Alto Adige, in occasione della Settimana della consapevolezza dello stress.

Vivere più a lungo e… meglio! (foto: 123rf, può essere usata solo insieme al presente comunicato)
Vivere più a lungo e… meglio! (foto: 123rf, può essere usata solo insieme al presente comunicato)

Una carta d’identità può svelare una data e un luogo, un punto preciso nello spazio e nel tempo, ma non racconta tutto di noi. Infatti, due persone nate nello stesso anno possono mostrare condizioni fisiche e funzionali molto diverse: la distinzione decisiva è quella tra età anagrafica – quella riportata sui nostri documenti – e quella biologica. Quest’ultima, un “passaporto” più tangibile di come stiamo e quanto siamo invecchiati “davvero” dal giorno della nostra nascita.
«L’età biologica ci dà un’idea dell’invecchiamento delle cellule, degli organi e delle funzioni dell’organismo. Cambia da persona a persona, perché risente di genetica, stile di vita, ambiente e delle malattie sviluppate nel tempo», spiega la dott.ssa Francesca Lubian, Primaria del Reparto di Geriatria dell’Ospedale di Bolzano.
La distanza tra le due età viene descritta con il concetto di age acceleration, cioè l’accelerazione dell’età. In termini semplici, indica se l’organismo stia invecchiando più o meno rapidamente rispetto a quanto suggerisce la data di nascita.

Che cosa accelera l’invecchiamento

Alcuni fattori che causano l’invecchiamento sono noti e modificabili, altri dipendono dall’ambiente o dalla sfera sociale.
«Il fumo è uno dei principali acceleratori dell’invecchiamento. Provoca danno ossidativo ed è associato anche ad alterazioni del dna. Se si vuole vivere più a lungo e in buona salute, non si dovrebbe fumare – afferma la primaria –. Anche obesità viscerale e iperglicemia contribuiscono alla resistenza insulinica e attivano vie infiammatorie. A queste, si aggiungono inattività fisica e malnutrizione, che favoriscono la perdita di massa muscolare».
Lubian richiama inoltre l’attenzione su stress cronico, inquinamento, eccesso di alcol, solitudine e sulla scarsa qualità del sonno. «L’isolamento sociale sta assumendo un peso sempre maggiore. Partecipare alla vita sociale e mantenere relazioni è importante per la qualità della vita e dell’invecchiamento. Anche lo stress cronico e la deprivazione di sonno attivano sistemi infiammatori che, nel tempo, possono essere molto sfavorevoli», sottolinea.

Cellule senescenti e inflammaging

Un ruolo centrale è svolto dalle cellule senescenti, cioè invecchiate. Si tratta di cellule che non si scindono più, ma restano metabolicamente attive. Nel corso della vita possono essere utili, ad esempio, nella riparazione dei tessuti e nella soppressione tumorale. Con l’avanzare dell’età, però, il sistema immunitario può diventare meno efficiente nel rimuoverle e il loro accumulo diventa problematico.
«Quando diventano troppo numerose, le cellule senescenti possono contribuire a danneggiare il dna e allo stress ossidativo. Inoltre, possono innescare l’inflammaging, cioè un’infiammazione cronica di bassa intensità, spesso senza sintomi evidenti, legata all’età – chiarisce Lubian –. L’infiammazione è una risposta fisiologica utile quando aiuta l’organismo a risolvere un problema. Se però rimane attiva a lungo, può danneggiare i tessuti, favorire la fibrosi e aumentare la vulnerabilità alle malattie cardiovascolari».
La strategia più concreta non consiste nell’assumere farmaci antinfiammatori senza indicazione medica, ma nel contrastarne le cause: «Attività aerobica e allenamento della forza, dieta mediterranea ricca di vegetali e fibre, rinuncia al fumo e buona igiene del sonno aiutano a ridurre l’infiammazione. Assumere antiinfiammatori o cortisone con il solo obiettivo di “ridurla” non è un comportamentale razionale e può causare danni all’organismo», avverte la dottoressa.

Il microbiota, ponte tra intestino e cervello

La longevità passa anche dall’intestino. Il microbiota è l’insieme dei microrganismi che lo abitano e la sua varietà sembra avere un ruolo importante nel mantenimento della barriera intestinale e nella modulazione dell’infiammazione. «Nelle persone che hanno raggiunto i cento anni o più si osserva spesso un microbiota molto variegato. I batteri aiutano a mantenere integra la barriera intestinale, limitando il passaggio di sostanze che possono alimentare l’infiammazione e danneggiare altri organi, compreso il cervello», sottolinea la primaria. Il rapporto è bidirezionale: il cervello influenza l’intestino e l’intestino influenza il cervello. Secondo Lubian, nelle persone anziane fragili si riscontra una minore diversità del microbiota. Per questo motivo, una dieta ricca di fibre assume un significato che va oltre la digestione e si inserisce in una strategia complessiva di prevenzione.

Dalla ricerca alla riprogrammazione epigenetica

Negli ultimi anni, la ricerca sulla longevità ha cercato di ordinare i meccanismi biologici dell’invecchiamento: dagli squilibri epigenetici (alterazioni del dna, che non ne modificano la sequenza ma che possono aumentare il rischio di contrarre malattie) fino all’autofagia difettosa, cioè la ridotta capacità delle cellule di “riciclare” parti danneggiate di se stessa. La frontiera più affascinante resta però la riprogrammazione epigenetica. «In laboratorio è possibile “ringiovanire” una cellula. La riprogrammazione totale comporta però il rischio di perdere la specificità cellulare e di attivare processi tumorali. Per questo, la ricerca si orienta verso una riprogrammazione parziale, che mira a ringiovanire la cellula senza cancellarne le specificità di base», spiega Lubian. La prospettiva clinica, secondo l’esperta, non è quella di ringiovanire l’intero organismo come in un racconto di fantascienza. Il possibile impiego è più mirato: intervenire su specifici tessuti o patologie. Si tratta di una linea di ricerca promettente, ma non ancora di una pratica disponibile per ringiovanire le persone. «Non vedo imminente una riprogrammazione cellulare completa dell’essere umano. La considero piuttosto un futuro deterrente contro determinate patologie».

La “tecnologia” più efficace è già disponibile

La conclusione riporta il discorso dal laboratorio alla quotidianità. Le conoscenze più avanzate non sostituiscono i comportamenti di prevenzione già noti. Tra questi, un ruolo particolare spetta al movimento, capace di contrastare l’infiammazione, preservare la massa muscolare e sostenere l’autonomia. «Se dovessimo scegliere un solo fattore favorevole alla longevità, punterei sull’attività fisica. Non servono gesti straordinari: prendere le scale invece dell’ascensore, muoversi nei luoghi di lavoro, associare attività aerobica e di forza. Sono strumenti semplici, ma con effetti davvero benefici», afferma Lubian. L’obiettivo non è soltanto aggiungere anni alla vita, ma preservare salute, relazioni e capacità di scelta. Invecchiare bene significa restare attivi e indipendenti il più a lungo possibile. E la prevenzione, ricorda la dottoressa, comincia molto presto: «La prevenzione inizia già nell’utero. Infatti, l’alimentazione della madre, la riduzione dello stress, l’igiene del sonno e una buona attività fisica durante la gravidanza donano alla bambina o al bambino che sta per nascere condizioni favorevoli». 

RL

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