"Rifarei la stessa scelta oggi: il settore tecnico-assistenziale"
Un colloquio con la Direttrice tecnico-assistenziale Marianne Siller sul suo percorso professionale, le sfide attuali e il futuro dell’assistenza nell’Azienda sanitaria dell’Alto Adige.
Quando ha deciso di intraprendere la professione infermieristica?
È stato poco prima dell’esame di maturità. In realtà avrei voluto studiare medicina, ma purtroppo non disponevo delle risorse finanziarie necessarie. Tuttavia, era chiaro per me che volevo lavorare nel settore sanitario. Mi sono quindi trovata di fronte alla scelta: logopedia o assistenza infermieristica? All’epoca il corso di logopedia veniva attivato solo ogni due o tre anni ed era già iniziato l’anno precedente, così ho optato per l’assistenza infermieristica.
C’è stata una persona che ha influenzato particolarmente il suo percorso professionale?
Nel mio percorso lavorativo ci sono state diverse persone che, in senso figurato, sono state per me dei fari, punti di riferimento che mi hanno aiutato ad orientarmi. Ho iniziato nel reparto di urologia, sotto la guida della caposala Gabriella Girardi. Successivamente, ho collaborato con la Dirigenza tecnico-assistenziale dell’ospedale di Bolzano con Luisa Prossliner e Thea Villgrattner. Anche il lavoro con Maria Mischo-Kelling è stato significativo, così come quello con il mio predecessore nella Direzione tecnico-assistenziale, Robert Peer. Tutte persone che sono state per me modelli e che mi hanno sempre supportata con consigli e azioni concrete, aiutandomi a trovare la mia strada.
Nell’Azienda sanitaria dell’Alto Adige è responsabile dell’intero ambito della prevenzione, assistenza, tecnico sanitario e riabilitazione. Cosa significa per lei?
Sono cresciuta professionalmente nell’ambito infermieristico, che conosco bene e che presenta molte interconnessioni con la prevenzione, la tecnica sanitaria e la riabilitazione. In termini di assistenza ai pazienti, questo comporta dinamiche e sfide interessanti, che non lasciano spazio alla monotonia. Il ruolo è molto variegato. Quando si parla di interdisciplinarità e di collaborazione tra assistenza, amministrazione e ambito medico, posso dire che già all’interno del settore tecnicoassistenziale esiste una forte interdisciplinarità. Parliamo di oltre 20 gruppi professionali diversi, ciascuno con esigenze specifiche da soddisfare.
Non è difficile mantenere una visione d’insieme? Ha un approccio particolare?
Abbiamo riunioni regolari a livello direttivo, incontri settimanali con i miei collaboratori di staff per aggiornamenti sui progetti in corso, e riunioni settimanali con le/i Dirigenti tecnico-assistenziali coordinatori/coordinatrici. Ogni tre mesi realizziamo un confronto tra pianificazione e stato attuale con tutte/i le/i Dirigenti tecnicoassistenziali e collaboratrici e collaboratori di staff. Inoltre, credo di essere una Direttrice tecnicoassistenziale accessibile e sempre disponibile. Se c’è un problema o una sfida, le colleghe ed i colleghi sanno che possono contattarmi.
Non viene sommersa dalle richieste? Nel suo ambito lavorano circa 6.000 persone.
Devo dire che il personale è molto disciplinato e le gerarchie vengono rispettate. Molti problemi vengono risolti direttamente all’interno dei rispettivi livelli competenti. Se ciò non è possibile, è giusto che arrivino direttamente a me.
Come valuta la collaborazione con le altre aree, come la Direzione sanitaria e amministrativa?
È sempre stimolante. Da quando sono diventata direttrice nel 2017, ci sono stati diversi cambiamenti di personale. È stato necessario riprendere il filo conduttore, conoscersi personalmente e ridefinire gli obiettivi. Capire cosa è importante per me, cosa è importante per l’altro, su quali progetti si vuole puntare, cosa desidera l’Assessorato alla sanità. Tutto questo va considerato e portato avanti insieme.
Come definirebbe una “buona assistenza”?
Prima di tutto significa orientamento al/la paziente, essere in grado di comprendere i suoi bisogni. Servono competenze metodologiche e tecniche, ma anche personali e sociali. Penso che la professionalità derivi dalla sinergia tra competenze personali, sociali e tecnicospecialistiche, orientate al/la paziente – ed è un’arte. Spesso, nell’assistenza, si sa come inizia la giornata, ma non come finirà. Questo vale anche per me in Direzione, come per chi lavora nei reparti o in altre aree. Mantenere la calma, non lasciarsi sopraffare e porre la persona al centro delle cure non è solo professionalità, ma anche una forma d’arte.
Nei media si parla spesso di emergenza tecnico-assistenziale – qual è la sua opinione? Cosa direbbe a un giovane che afferma: “Nel settore tecnico-assistenziale non ci lavorerei mai!”?
Penso che sia un fenomeno del nostro tempo e dei social media, dove gli estremi vengono percepiti maggiormente. Chi è insoddisfatto o si esprime in modo aggressivo riceve più attenzione. Bisogna tenerne conto e interpretarlo correttamente. Personalmente, oggi sceglierei di nuovo il settore tecnico-assistenziale, come ho fatto decenni fa, e incoraggio i giovani a fare lo stesso. Nessuna generazione prima di noi ha dovuto lavorare per oltre 40 anni fino alla pensione. Lavorare sempre nello stesso ambito è difficile. L’assistenza offre molte opportunità di crescita e di operare in ambiti diversi: posso decidere se lavoro più volentieri in ospedale o nell’assistenza domiciliare, se lavoro più volentieri con le madri ed i bambini, o in chirurgia, medicina interna, o geriatria. Oppure in ambiti maggiormente tecnici come la dialisi, o la sala operatoria. Si può insegnare, assumere ruoli dirigenziali o fare ricerca. Credo che pochi settori offrano una tale varietà di possibilità di sviluppo come l’assistenza.
Dal 2017 Lei è Direttrice tecnicoassistenziale. Qual è stata finora la sfida più grande?
La sfida maggiore è stata adattarsi continuamente a nuove configurazioni e persone nella Direzione e nell’Assessorato, ridefinendo costantemente la collaborazione. La pandemia è stata una sfida particolare, sia a livello gestionale che personale. Lockdown, ospedali isolati, pazienti: tutto questo è stato difficile. Inoltre, la questione dei vaccini ci ha fatto perdere alcuni collaboratori importanti. È stata davvero una grande sfida.
Cosa desidera realizzare ancora nel suo ruolo di Direttrice tecnicoassistenziale? Quali sono i suoi obiettivi a lungo termine?
Una persona da sola può fare poco. Con le/i Dirigenti tecnico-assistenziali coordinatori, insieme allo staff, abbiamo deciso di implementare gradualmente nel nostro ambito il modello “Relationship based Care”. Per me significa: come possiamo utilizzare le relazioni professionali e personali per creare un ambiente favorevole alla salute e alla guarigione – per pazienti, familiari, nonché collaboratrici e collaboratori. Infatti un’azienda può funzionare solo se chi vi opera gode di buona salute. Il nuovo codice deontologico per infermiere ed infermieri lo riconosce e afferma il principio “prendersi cura di chi cura”. Questo è il mio credo, che voglio realizzare con il mio team dirigenziale. Mi sento molto legata anche alle coordinatrici ed ai coordinatori e voglio lavorarci insieme a loro. Lo facciamo già da anni, anche pensando alle nuove generazioni, che hanno idee diverse su come vogliono vivere la propria vita lavorativa.
Da dove trae la motivazione per affrontare le sfide quotidiane?
(Ride) Ho la sensazione di svolgere un’attività estremamente significativa. Una società ha bisogno di persone sane, perché senza di esse non c’è innovazione, né sviluppo. Credo di aver trovato il mio ambito professionale, e questa consapevolezza è molto motivante. Ma non sono una supereroina: ho bisogno di pause, di vacanze, di tempo nella natura. Mi piace stare in compagnia, ma a volte sono felice di chiudere la porta di casa la sera e stare sola con i miei due gatti.
Ultima domanda: divano o escursione in montagna?
Ovviamente escursione in montagna!
Peter A. Seebacher/traduttore: Francesco Vendemia