“Poi parte il pilota automatico”

20/11/2023, 23:00

Certe notti non si dimenticano: quasi quattro anni fa, nel gennaio 2020, sette giovani tedeschi morirono in un incidente stradale mortale a Lutago in Valle Aurina. Daniela Michelotto, medico d’urgenza, è stata la prima ad arrivare sul posto. Come si riesce a superare un evento simile anche se è trascorso del tempo e cosa la preoccupa ancora oggi?

Daniela Michelotto lavora da molti anni come specialista in anestesia anche nel campo della Medicina d’urgenza e ha imparato a gestire situazioni difficili. Tuttavia, quello che ha vissuto in una gelida notte d’inverno durante le festività natalizie 2019/20 è stato provante anche per lei che è una professionista esperta: “Ero in servizio notturno all’Ospedale di Brunico come medico d’urgenza, quando arrivò una comunicazione che si era verificato un grave incidente stradale a Lutago. Sebbene anche altri servizi omologhi di San Candido, Vipiteno e Bolzano fossero stati allertati dalla Centrale provinciale d’emergenza, mi era chiaro che ci sarebbe voluto molto tempo prima che arrivassero sul posto. Per questo motivo, ho subito suggerito alla mia collega, il medico d’urgenza Elisabeth Gruber, che vive a Lutago, di lasciare la sua abitazione per recarsi sul posto”.

Il luogo dell’incidente era situato proprio di fronte alla centrale operativa della Croce Bianca a Lutago: “Le informazioni che abbiamo ricevuto sono arrivate tempestivamente ed erano verificate”, racconta Michelotto. Già durante il viaggio, era apparso evidente la gravità della situazione. Infatti, in questi casi, entrano in vigore i criteri dell’incidente di massa con feriti (in inglese MCI, mass casualty incident). Anche se nel frattempo sono passati più di tre anni e l’esperta dottoressa aveva già tenuto conferenze su questo tipo di operazione, si capisce che per lei è ancora difficile parlarne: “Quando sono arrivata e ho guardato i volti dei feriti e dei morti, per una frazione di secondo ho pensato mio Dio, sono così giovani!

Ma, dopo quel momento, l’addestramento ha preso il controllo come una sorta di pilota automatico. Ho fatto il triage, rianimato e rinunciato quando non c’era più nulla da fare. Si lavora come macchine”. Quanto tempo Daniela Michelotto sia rimasta da sola sulla scena come medico d’urgenza fino all’arrivo dei colleghi, oggi non sa dirlo poiché, in determinate circostanze, la percezione del tempo inizia a sfuocarsi: “Forse mezz’ora?” Analizzando la situazione a posteriori, Michelotto afferma che questa esperienza è stata particolarmente negativa per i soccorritori della Croce Bianca e dei Vigili del Fuoco, poiché alcuni di essi erano molto giovani: “Diversi di loro non avevano mai sperimentato una scenario simile e con morti”.

Ciononostante, la dottoressa porta grande rispetto verso tutti quelli che erano presenti, perché il coordinamento delle operazioni ha funzionato molto bene ed era evidente che ciascun operatore era ben addestrato. Affinché tutto fili liscio, i pazienti devono essere identificati, le tende e le attrezzature devono essere sistemate al posto giusto, i parcheggi per i soccorritori non devono essere bloccati... Tutte cose fondamentali in caso di emergenza. Alcuni dei giovani rimasti illesi, ma in evidente stato di shock, sono stati immediatamente portati nell’atrio dell’albergo dai volontari e dagli psicologi d’emergenza che sono stati immediatamente allertati (il coordinatore Erwin Steiner e il collega Andreas Huber): “È importante che le persone abbiano accanto a sé qualcuno di cui fidarsi, sia che si tratti di altri compagni di viaggio sia che si tratti della squadra d’emergenza”, chiarisce Steiner. Nonostante la tragedia, ciò che ha affascinato è stato il fatto che i giovani si sono confortati e sostenuti a vicenda, un incredibile atto di solidarietà di cui le persone sono capaci in situazioni estreme.

“Quando l’intervento è finito, ho sentito improvvisamente un freddo atroce”, racconta Michelotto. Una reazione assolutamente normale stando a quanto afferma il Coordinatore della Psicologia d’emergenza, Erwin Steiner: “Spesso, le persone lavorano al limite delle proprie possibilità e non si accorgono di essere esauste. È tipico che in queste situazioni non si senta né caldo né freddo, né fame né sete, dato che si è pieni di adrenalina. Solo più tardi queste sensazioni tornano a palesarsi”. Per alcuni giorni, i colleghi si sono offerti di sostituire Michelotto nelle sue mansioni, cosa di cui lei fu molto grata. “Pensai che l’offerta degli psicologi non mi sarebbe servita. Non era il mio primo incarico come medico d’emergenza”. Ma, ogni ora che passava, i ricordi di quei momenti ritornavano sempre più frequenti e i genitori delle giovani vittime le chiedevano di raccontare gli ultimi istanti di vita dei loro amati figli. “Una richiesta molto difficile, ma sentivo che fosse un mio dovere nei confronti di genitori disperati. Ho quindi accettato l’offerta di psicologia d’emergenza, mi sono confrontata con loro e siamo andati a questi colloqui insieme.

Per la maggior parte dei genitori è stato comprensibilmente molto doloroso, ma avevo comunque la sensazione di poter rendere il distacco un po’ più facile”, spiega Michelotto. Lo psicologo Steiner conferma: “In questo caso, è importante usare parole chiare e, soprattutto, pronunciate in modo professionale. Formule abbellenti come non è più con noi non sono utili. Ciò è importante per elaborare il lutto”. Queste conversazioni sono state difficili per Michelotto anche perché lei stessa è madre di un figlio coetaneo della maggior parte dei deceduti: “Mi sono detta e se tu fossi dall’altra parte di questa conversazione?”. Ma è qui che una chiara separazione ha aiutato e aiuta tuttora. Dice Steiner: “Devi continuare a ripeterti: i miei cari stanno bene, bisogna imparare a distaccarsi”. Il giorno dopo, di prima mattina, è seguita una prima conferenza stampa poiché l’accaduto è stato subito riportato su tutti i media, soprattutto in Germania. Il Primario Marc Kaufmann, in qualità di Responsabile della Medicina d’urgenza, si è fatto portavoce della comunicazione istituzionale; cosa che è stata accolta molto positivamente dai medici d’urgenza direttamente coinvolti: “Ad avermi aiutato molto è stato soprattutto lo scambio con altri colleghi”, rivela Michelotto.

Insieme, hanno parlato molto della missione, ma Michelotto ha cambiato idea anche sull’offerta della Psicologia d’emergenza, inizialmente considerata superflua: “Oggi posso solo dire che usare questa opportunità per rielaborare è una cosa molto, molto preziosa”. Steiner, dal canto suo, non è sorpreso dal rifiuto iniziale, perché è tipico, soprattutto per chi svolge professioni di soccorso. Anche per lui è stato importante essere sostenuto dalla sua équipe e dalla famiglia per dedicarsi ad altro: “Improvvisamente, senti che tutto è di nuovo prezioso, vedi di nuovo il mondo con occhi diversi, per un po’ almeno è così”. Come si fa a ripartire per la successiva missione di soccorso dopo un’esperienza simile? Daniela Michelotto: “Sorprendentemente bene. Solo a volte, quando sento che si profila un intervento importante, mi passa fugacemente per la testa il pensiero per favore, non di nuovo...”Daniela Michelotto lavora da molti anni come specialista in anestesia anche nel campo della Medicina d’urgenza e ha imparato a ge- stire situazioni difficili. Tuttavia, quello che ha vissuto in una gelida notte d’inverno durante le festività natalizie 2019/20 è stato provante anche per lei che è una professionista esperta: “Ero in servizio notturno all’Ospedale di Bru- nico come medico d’urgenza, quando arrivò una comunicazione che si era verificato un gra- ve incidente stradale a Lutago. Sebbene anche altri servizi omologhi di San Candido, Vipiteno e Bolzano fossero stati allertati dalla Centrale provinciale d’emergenza, mi era chiaro che ci sarebbe voluto molto tempo prima che arri- vassero sul posto. Per questo motivo, ho subito suggerito alla mia collega, il medico d’urgenza Elisabeth Gruber, che vive a Lutago, di lasciare la sua abitazione per recarsi sul posto”.

Il luogo dell’incidente era situato proprio di fronte alla centrale operativa della Croce Bianca a Lutago: “Le informazioni che abbia- mo ricevuto sono arrivate tempestivamente ed erano verificate”, racconta Michelotto. Già durante il viaggio, era apparso evidente la gra- vità della situazione. Infatti, in questi casi, entrano in vigore i criteri dell’incidente di massa con feriti (in inglese MCI, mass casualty incident). Anche se nel frattempo sono passati più di tre anni e l’esperta dottoressa aveva già tenuto conferenze su questo tipo di operazione, si capisce che per lei è ancora difficile parlarne: “Quando sono arrivata e ho guardato i volti dei feriti e dei morti, per una frazione di secondo ho pensato mio Dio, sono così giovani!

Ma, dopo quel momento, l’addestramento ha preso il controllo come una sorta di pilota automatico. Ho fatto il triage, rianimato e rinunciato quando non c’era più nulla da fare. Si lavora come macchine”. Quanto tempo Daniela Michelotto sia rimasta da sola sulla scena come medico d’urgenza fino all’arrivo dei colleghi, oggi non sa dirlo poiché, in determinate circostanze, la percezione del tempo inizia a sfuo- carsi: “Forse mezz’ora?” Analizzando la situazione a posteriori, Michelotto afferma che questa esperienza è stata particolarmente negativa per i soccorritori della Croce Bianca e dei Vigili del Fuoco, poiché alcuni di essi erano molto giovani: “Diversi di loro non avevano mai sperimentato una scenario simile e con morti”.

Ciononostante, la dottoressa porta grande rispetto verso tutti quelli che erano presenti, perché il coordinamento delle operazioni ha funzionato molto bene ed era evidente che ciascun operatore era ben addestrato. Affinché tutto fili liscio, i pazienti devono essere identificati, le tende e le attrezzature devono essere sistemate al posto giusto, i parcheggi per i soccorritori non devono essere bloccati... Tutte cose fondamentali in caso di emergenza. Alcuni dei giovani rimasti illesi, ma in evidente stato di shock, sono stati immediatamente portati nell’atrio dell’albergo dai volontari e dagli psicologi d’emergenza che sono stati immediatamente allertati (il coordinatore Erwin Steiner e il collega Andreas Huber): “È importante che le persone abbiano accanto a sé qualcuno di cui fidarsi, sia che si tratti di altri compagni di viaggio sia che si tratti della squadra d’emergenza”, chiarisce Steiner. Nonostante la tragedia, ciò che ha affascinato è stato il fatto che i giovani si sono confortati e sostenuti a vicenda, un incredibile atto di solidarietà di cui le persone sono capaci in situazioni estreme.

“Quando l’intervento è finito, ho sentito improvvisamente un freddo atroce”, racconta Michelotto. Una reazione assolutamente normale stando a quanto afferma il Coordinatore della Psicologia d’emergenza, Erwin Steiner: “Spesso, le persone lavorano al limite delle proprie possibilità e non si accorgono di essere esauste. È tipico che in queste situazioni non si senta né caldo né freddo, né fame né sete, dato che si è pieni di adrenalina. Solo più tardi queste sensazioni tornano a palesarsi”. Per alcuni giorni, i colleghi si sono offerti di sostituire Michelotto nelle sue mansioni, cosa di cui lei fu molto grata. “Pensai che l’offerta degli psicologi non mi sarebbe servita. Non era il mio primo incarico come medico d’emergeza”. Ma, ogni ora che passava, i ricordi di quei momenti ritornavano sempre più frequenti e i genitori delle giovani vittime le chiedevano di raccontare gli ultimi istanti di vita dei loro amati figli. “Una richiesta molto difficile, ma sentivo che fosse un mio dovere nei confronti di genito- ri disperati. Ho quindi accettato l’offerta di psi- cologia d’emergenza, mi sono confrontata con loro e siamo andati a questi colloqui insieme.

Per la maggior parte dei genitori è stato comprensibilmente molto doloroso, ma avevo comunque la sensazione di poter rendere il distacco un po’ più facile”, spiega Michelotto. Lo psicologo Steiner conferma: “In questo caso, è importante usare parole chiare e, soprattutto, pronunciate in modo professionale. Formule abbellenti come non è più con noi non sono utili. Ciò è importante per elaborare il lutto”. Queste conversazioni sono state difficili per Michelotto anche perché lei stessa è madre di un figlio coetaneo della maggior parte dei deceduti: “Mi sono detta e se tu fossi dall’altra parte di questa conversazione?”. Ma è qui che una chiara separazione ha aiutato e aiuta tuttora. Dice Steiner: “Devi continuare a ripeterti: i miei cari stanno bene, bisogna imparare a distaccarsi”. Il giorno dopo, di prima mattina, è seguita una prima conferenza stampa poiché l’acca- duto è stato subito riportato su tutti i media, soprattutto in Germania. Il Primario Marc Kaufmann, in qualità di Responsabile della Medicina d’urgenza, si è fatto portavoce della comunicazione istituzionale; cosa che è stata accolta molto positivamente dai medici d’urgenza direttamente coinvolti: “Ad avermi aiutato molto è stato soprattutto lo scambio con altri colleghi”, rivela Michelotto.

Insieme, hanno parlato molto della missione, ma Michelotto ha cambiato idea anche sull’offerta della Psicologia d’emergenza, inizialmente considerata superflua: “Oggi posso solo dire che usare questa opportunità per rielaborare è una cosa molto, molto preziosa”. Steiner, dal canto suo, non è sorpreso dal rifiuto iniziale, perché è tipico, soprattutto per chi svolge professioni di soccorso. Anche per lui è stato importante essere sostenuto dalla sua équipe e dalla famiglia per dedicarsi ad altro: “Improvvisamente, senti che tutto è di nuovo prezioso, vedi di nuovo il mondo con occhi diversi, per un po’ almeno è così”. Come si fa a ripartire per la successiva missione di soccorso dopo un’esperienza simile? Daniela Michelotto: “Sorprendentemente bene. Solo a volte, quando sento che si profila un intervento importante, mi passa fugacemente per la testa il pensiero per favore, non di nuovo...”

Sabine Flarer

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Ero a casa a Innsbruck e sono stato informato dalla Centrale provinciale d’emergenza dell’intervento e poi ho guidato fino al luogo dell’incidente a Lutago nelle prime ore del mattino. Ricordo di essere arrivato sul posto quasi contemporaneamente al Presidente Arno Kompatscher. Insieme a lui e ai rappresentanti dei servizi d’urgenza e delle autorità locali, abbiamo innanzitutto informato i media sui terribili eventi della notte e sull’operazione di soccorso completata. In seguito, abbiamo parlato con gli accompagnatori e i familiari dei feriti e dei deceduti in un ambiente ben protetto, approfondendo le dinamiche con loro ed esprimendo le nostre condoglianze. Il Presidente ha anche promesso loro il miglior sostegno possibile da parte della Provincia. Credo sia stato importante che le persone coinvolte, la maggior parte delle quali erano operatori esausti, non abbiano dovuto affrontare in prima persona le richieste dei media durante questa fase e che abbiamo potuto alleggerirle un po’ dopo un intervento così complicato. Tuttavia, un evento di questa portata non è stato così facile da archiviare, nemmeno tra gli operatori più esperti del nostro personale della Centrale provinciale d’emergenza, ed è stato necessario e prezioso anche per loro venire supportati durante le operazione dall’aiuto della Psicologia d’emergenza.