"Bisogna essere resistenti allo stress ..."

30/03/2026, 09:00

Rappresentano in modo emblematico una categoria professionale i cui pazienti di solito sono in sonno profondo: gli infermieri e le infermiere di Sala operatoria dell’Azienda sanitaria dell’Alto Adige. Abbiamo voluto capire perché si sceglie questa professione e, all’Ospedale di Merano, abbiamo incontrato un team di collaboratrici e collaboratori “di lunga esperienza”, con scoperte sorprendenti.

d.s.a.d.: Viktoria Paris, Ivana Tesic, Micaela Barbieri, Antonio De Carlo, Mara Pilotto e Katia Larcher (Foto: Sabine Flarer)
d.s.a.d.: Viktoria Paris, Ivana Tesic, Micaela Barbieri, Antonio De Carlo, Mara Pilotto e Katia Larcher (Foto: Sabine Flarer)

Il vice-Coordinatore Antonio De Carlo ha riunito attorno a sé, dal team di 29 infermieri e infermiere di Sala operatoria, Viktoria Paris, Micaela Barbieri, Ivana Tesic, Mara Pilotto e Katia Larcher: un gruppo in turchese che parla volentieri e apertamente del proprio lavoro.
Tutti hanno maturato una solida esperienza: lavorano infatti da 30 anni – i più anziani hanno iniziato ancora nel vecchio “Lorenz Böhler” – oppure da oltre 20 anni sono in prima linea negli interventi chirurgici.

“Una volta ci chiamavano ferristi, perché passavamo gli strumenti. Oggi distinguiamo tra l’infermiere che lavora al tavolo degli strumenti e quello addetto alle mansioni non sterili. Queste persone si alternano in base alla turnazione”, spiega Antonio De Carlo. Ciò che non è cambiato, però, è il fatto che un infermiere di Sala operatoria debba avere piacere per le attività tecniche e manuali: “Da noi ci sono viti e trapani, bisogna apprezzarle”, dice Viktoria Paris, aggiungendo:

“Io lo adoro – anche a casa mia!” Un buon infermiere di Sala operatoria sa cosa serve: “Si conoscono gli interventi, le situazioni, si lavora in autonomia e si porge al chirurgo o alla chirurga ciò che è necessario prima ancora che lo chieda”. Anche l’apprendimento continuo di nuove tecniche è stimolante: soprattutto nella chirurgia operativa il tempo non si ferma mai.

Naturalmente, per questo lavoro serve una vera passione: su questo sono tutti d’accordo. “Di solito lo si capisce in poco tempo: o si è fatti per il lavoro in Sala operatoria oppure no. La Sala operatoria è impegnativa: solo qui all’Ospedale di Merano si effettuano ogni giorno circa 40 interventi, si deve stare in piedi a lungo, ci sono i turni di reperibilità notturna e bisogna essere resistenti allo stress, perché una situazione può cambiare estremamente in fretta”, spiega Katia Larcher. E allora bisogna saperla gestire, aggiunge Micaela Barbieri.

Anche il tipico contatto con il paziente che si ha, ad esempio, in reparto, in Sala operatoria manca quasi del tutto, salvo poche eccezioni. Può capitare di parlare un po’ con pazienti sottoposti solo ad anestesia parziale e talvolta di dover tenere loro la mano, ma di norma i pazienti operati non ricordano il team di Sala operatoria. Con alcune eccezioni: Viktoria Paris racconta di una donna che in seguito le ha offerto un caffè dopo averla riconosciuta dagli occhiali: “Lei era presente alla mia operazione, mi ricordo!” Anche il turista inglese che il giorno dell’intervento compiva gli anni probabilmente ricorderà a lungo il fatto che l’intero team di Sala operatoria gli abbia intonato un corale “Happy birthday” prima dell’intervento.

Naturalmente ci sono anche momenti che pesano, ad esempio quando vengono effettuati interventi molto critici. In questi casi, per tutti è d’aiuto parlare tra di loro: “Noi collaboratrici e collaboratori con più esperienza forse riusciamo a gestire meglio le situazioni difficili; per le colleghe e i colleghi più giovani all’inizio può essere spesso gravoso”. In linea di principio, tutti cercano di non essere presenti in Sala operatoria quando viene operato un parente stretto: “In quel caso chiediamo a una collega se è disposta a scambiare il turno”.

E quali sono le esperienze più belle che attendono dopo il cambio d’abito e un lavaggio delle mani di cinque minuti? All’unisono rispondono tutti: “I tagli cesarei! Il momento magico in cui un bambino viene al mondo è incomparabile!” E Viktoria Paris ricorda ancora l’immagine di un neonato che la guardava con gli occhi aperti: “Ho pensato tra me e me: piccolino, chissà a cosa stai pensando proprio ora”.

Tutti gli infermieri e le infermiere di Sala operatoria con esperienza spezzano una lancia a favore della loro professione: “È un peccato che molti, durante la formazione, perdano l’occasione di fare un tirocinio in Sala operatoria. Chi ci ha dato un’occhiata almeno una volta rimane quasi sempre affascinato da questo mondo – e noi non possiamo che consigliare questo lavoro!”

Sabine Flarer/Übersetzung: Frank Blumtritt