«Curando gli altri, curo me stesso»

Massimiliano Fanni Canelles, Viceprimario al Pronto soccorso dell'Ospedale di Merano
Massimiliano Fanni Canelles, Viceprimario al Pronto soccorso dell'Ospedale di Merano

Il protagonista della rubrica “Crocevia” di questo mese è Massimiliano Fanni Canelles, Viceprimario del Pronto soccorso nell’Ospedale di Merano. Professore universitario a Bologna, giornalista-scrittore, “star” dei social con oltre 80mila follower su Facebook grazie alla sua rubrica “Pillole di scienza”, ma soprattutto medico per «amore dell’umanità».

Prima di approdare nella ridente città sul Passirio, quella di Massimiliano Fanni Canelles è stata un’esistenza avventurosa. Il medico di origini friulane, infatti, ha girato il mondo come cooperante umanitario durante terribili conflitti e ha incontrato personalità indimenticabili come il Dalai Lama, Pepe Mujica, ex-presidente dell’Uruguay, Giovanni Paolo II, Madre Teresa di Calcutta, Aleida Guevara, figlia di Ernesto “Che” Guevara nonché Carlo Alberto Moro, stimato magistrato e fratello di Aldo. Tutte persone che, dentro, gli hanno lasciato ricordi e, soprattutto, esempi indelebili di dedizione e altruismo.

Canelles è un fiume in piena di aneddoti, che hanno in comune il medesimo fil rouge: la medicina. Quest’ultima, vissuta non come professione ma come vera e propria missione: «Ritengo di essere molto fortunato perché tutte le mattine mi alzo e non vedo l’ora di uscire di casa per andare a lavorare – esordisce –. L’essere diventato medico ha cambiato completamente la mia vita. Come diceva mio nonno: “Quando il gioco finisce, tutto deve essere riposto nella scatola” (ride). Questo vale anche per noi e, prima di morire, vorrei essere certo di aver lasciato qualcosa di buono agli altri. Il senso della vita non lo si coglie divertendosi in discoteca o in svaghi similari ma nella responsabilità che ognuno ha nel dover dare un contributo positivo all’umanità».

I silenzi che intervallano il flusso di parole sono altrettanto significativi perché in essi è quasi tangibile la sensazione che una parte di lui sia in realtà altrove. Probabilmente ancora lì… in quei luoghi in cui ha vissuto sulla propria pelle le barbarie e le sofferenze della guerra. Da qui, nasce la necessità di restituire qualcosa a chi ha sofferto e tuttora soffre. Quel qualcosa che, forse, vorrebbe restituire un po’ anche a sé stesso: «Come cooperante umanitario ero presente durante i principali conflitti di fine secolo scorso come nella Seconda guerra del Golfo, in ex-Jugoslavia, nella guerra civile in Sri-Lanka e poi Siria, Palestina, Afghanistan... In ognuno di questi posti, le popolazioni hanno subito le decisioni di vertici politici che non avevano la minima comprensione di ciò che succede davvero in guerra – racconta –. La sofferenza di quelle persone è stata indicibile. La guerra è la trasposizione concreta di quello che rappresenta il diavolo nelle religioni. È quel male puro che riaffiora da dentro noi stessi: spesso, ce lo portiamo dietro senza nemmeno saperlo. Ho visto persone irreprensibili macchiarsi delle azioni più orrende, inconsce che le stavano commettendo a danno di un altro essere umano. La guerra toglie qualsiasi controllo. Si finisce per rappresentare in tutto quel male celato nelle profondità dell’animo umano, lasciandolo libero di esprimersi in modalità atroci».

Aver visto tanto dolore diventa per Fanni Canelles una spinta in più per essere ciò che è. Per lui si tratta di dover «bilanciare con il bene», come dice lui stesso, le storture del mondo. Ciò, attraverso la sua “missione” di medico: «Curare gli altri è altruistico ma non nascondo che in questo c’è anche un fine egoistico perché non trovo nulla di più gratificante che salvare la vita a un’altra persona», spiega.


Diverse le vicissitudini che lo hanno portato a Merano dal suo Friuli. Nell'Azienda sanitaria dell'Alto Adige, Fanni Canelles ha trovato una seconda chance e un modo per tornare a sentirsi apprezzato: «Venivo da un periodo difficile sia da un punto di vista familiare e personale sia da quello professionale, con molti contrasti sul mio vecchio posto di lavoro a Cividale del Friuli. Questi dissidi erano dettati dal fatto che mi sento una persona molto autonoma e con l’aspirazione di voler cercare sempre modi nuovi di migliorare le dinamiche lavorative. Uno di questi tentativi l’ho raccontato nel mio libro “Avanguardia TEAL” in cui ho raccolto i risultati positivi di un esperimento incentrato sulla leadership orizzontale in ambito lavorativo. Tuttavia, qualcuno non ha apprezzato il mio approccio e il fatto di essermi sentito “scomodo”, insieme all’aver conosciuto la mia attuale compagna meranese, ha fatto sì che facessi domanda qui. All’inizio, mi sono messo in aspettativa per poi rimanere definitivamente nella Provincia di Bolzano, dove il mio curriculum e la mia attività professionale sono stati valorizzati in toto. A differenza di altrove, nell’Azienda sanitaria dell’Alto Adige la meritocrazia è tenuta altamente in considerazione, com’è giusto che sia».

La lettura che Fanni Canelles dà della professione di medico è stratificata. Infatti, nella sua concezione, convivono anime diverse che racchiudono motivazioni altruistiche, l’appagamento personale ma anche un evidente desiderio di espiazione: «A volte, capita di comportarsi in maniera scorretta verso altre persone. Quindi, anche se in minima parte, il desiderio di espiare errori commessi in passato è uno dei motivi per cui faccio il medico. La ragione predominante però è la gratificazione che puoi ricavare nel salvare una vita. Guarire gli altri aiuta a guarire anche se stessi».

Ma anche l’essere altruisti, a volte, ha un prezzo da pagare e, spesso, il dazio lo si sconta dove fa più male: «Se potessi far ruotare indietro le lancette del tempo, dedicherei più tempo alla mia famiglia e ai miei figli – dichiara Canelles –. Questo è l’unico rimpianto che ho nell’aver dedicato tutta la vita non a salvare il mondo, perché quello è impossibile per chiunque, ma piccole gocce di umanità… quelle sì».

Le stesse “gocce di umanità” che incontra ogni giorno al Pronto soccorso di Merano e a cui non fa mai mancare un sorriso e la più semplice, eppure più gratificante delle domande che si possa ricevere: «Lei come sta?»

(RL)