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Azienda Sanitaria dell'Alto Adige | 16.08.2021 | 09:06

Covid-19 in Val Gardena: conclusa l’analisi dei dati sull’infezione

Lo studio dell’Azienda Sanitaria e di Eurac Research individua diversi fattori connessi alla positività.

Foto: 123rfZoomansichtFoto: 123rf

A giugno 2020 la proporzione di persone gardenesi venute in contatto con Covid-19 sul totale della popolazione era intorno al 27 per cento. Questo dato emerge dallo studio condotto dall’Azienda Sanitaria dell’Alto Adige con il supporto di Eurac Research nella primavera 2020 e indica come la Val Gardena sia stata tra le regioni europee dove l’infezione da Covid-19 si è diffusa in modo più rapido. Dopo il calcolo della diffusione dell’infezione basato sulla presenza di anticorpi nel siero, gli esperti di biomedicina di Eurac Research hanno approfondito l’analisi dei dati, indagando il legame tra la positività all’infezione e alcuni fattori demografici e sociali, come l’età e il sesso dei partecipanti, il loro settore di occupazione e i sintomi nel periodo precedente. Grazie alla collaborazione tra la sanità locale e il centro di ricerca altoatesino ora i risultati di questo lavoro sono stati pubblicati sulla rivista Epidemiology and Infection e rientrano tra le informazioni a disposizione della comunità scientifica per ampliare le conoscenze sul virus.

A maggio dello scorso anno tutta la popolazione gardenese è stata invitata a partecipare allo studio, indipendentemente dalla presenza di sintomi compatibili con Covid-19. Le persone che hanno accolto l’invito sono state 2244: si sono sottoposte a un test sierologico, a un tampone orofaringeo e hanno compilato un questionario sulle loro condizioni di salute nei mesi dell’inizio della pandemia.
Grazie alla qualità del campionamento e dell’analisi, i partecipanti – circa il 30 per cento della popolazione – hanno costituito un campione rappresentativo per il calcolo della prevalenza dell’infezione nel sangue. Il dato calcolato è dunque molto più accurato di quello emerso dal conteggio dei tamponi positivi nel corso della prima ondata.
Le analisi hanno mostrato alcuni risultati inattesi. Nel contesto gardenese, a differenza di quanto rilevato in altre realtà, fattori quali l’età e il sesso non sembrano essere stati determinanti per il rischio di infezione, specialmente in assenza di sintomi come febbre o debolezza. Tra i casi asintomatici gardenesi, l’età non era quindi associata alla positività. Un altro aspetto interessante emerso dai dati è una maggiore esposizione al contagio tra le lavoratrici e i lavoratori occupati nel settore ricettivo e nella ristorazione. Si tratta di un legame che evidenzia la vocazione turistica della zona, caratterizzata da un massiccio flusso di visitatori nella stagione invernale.

L'Assessore provinciale alla Salute Thomas Widmann, che ha fortemente sostenuto l'implementazione di questo Studio, sottolinea: "Si tratta di un’indagine che ci permette di comprendere meglio la diffusione del virus nelle zone hotspot, come la Val Gardena nei primi mesi della pandemia. Ci fornisce dei valori importanti a livello epidemiologico ma anche medico, che possiamo utilizzare per il futuro".

Florian Zerzer, Direttore generale dell’Azienda sanitaria dell'Alto Adige, concorda sull'importanza dello Studio: "I risultati di questo Studio ci permettono di capire meglio come si diffonde il virus e anche di trarre conclusioni sull'impatto cha hanno avuto le misure adottate. Fondamentalmente, più dati abbiamo, meglio possiamo pianificare il futuro. Questo è particolarmente importante in vista del prossimo autunno/inverno.”

“Abbiamo affiancato l’Azienda Sanitaria a partire dalla fase preparatoria dello studio, definendo insieme i protocolli etico e analitico e attivando le procedure per la raccolta e conservazione dei campioni nella nostra biobanca” spiega Peter Pramstaller, direttore dell’Istituto di biomedicina. I ricercatori di Eurac Research hanno poi lavorato alle analisi epidemiologiche. “Questa collaborazione tra ricerca e sanità è fondamentale per far progredire la conoscenza sul virus SARS-CoV-2 in maniera ottimale e noi continueremo a supportare la sanità puntando a questo obiettivo. In generale, la condivisione dei dati tra chi svolge prevalentemente un ruolo di diagnosi e cura e chi fa ricerca biomedica è la strada migliore per ottenere risultati rilevanti di salute pubblica che possono incidere in modo attivo sia sulle politiche sanitarie, sia sulla prevenzione” conclude Pramstaller. Tramite Eurac Research, i risultati gardenesi sono inoltre confluiti nella più ampia ricerca a livello mondiale su genetica e Covid-19 e da pochi giorni il consorzio che guida l’iniziativa ha reso nota la scoperta di un legame tra alcune regioni genetiche e la severità di Covid-19. “Gli studi locali hanno una funzione duplice: da un lato permettono di monitorare la situazione sul territorio e supportano le decisioni di health care management, dall’altra sono una risorsa importante per la ricerca internazionale” commenta Michael Mian, primario facente funzioni del nuovo Servizio per l’innovazione, la ricerca e l’insegnamento dell’Azienda sanitaria e investigatore principale dello studio gardenese.


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(RED)



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